Covid, verso una terapia universale

Studio dei ricercatori dell’Università statale dell’Oregon
L’RNA messaggero usato in nanoparticelle lipidiche

Uno studio condotto da Gaurav Sahay, ricercatore di scienze farmaceutiche dell’Oregon State University, ha prodotto – in un équipe formata da Jeonghwan Kim, Antony Jozic, Anindit Mukherjee e Dylan Nelson (Oregon State University) e da Kevin Chiem, Siddiqur Rahman Khan Jordi B. Torrelles e Luis Martinez-Sobrido (Texas Biomedical Research Institute) – la prima prova dell’efficacia di un nuovo mezzo “universale” di trattamento del Covid.

Pubblicato sulla rivista Advanced Science (qui il testo completo), lo studio evidenzia come, usando l’RNA messaggero confezionato in nanoparticelle lipidiche, le cellule ospiti possano produrre un enzima “esca” in grado di legarsi alle proteine spike del coronavirus. Ciò significa che il virus non dovrebbe essere in grado di attaccarsi alle cellule nelle vie aeree dell’ospite e dunque iniziare il processo di infezione. Parliamo non solo della somministrazione dell’RNA messaggero per via endovenosa, ma anche per inalazione, che risulta essere il metodo preferito.

Per risolvere il problema della ridotta emivita dell’enzima hACE2, i ricercatori hanno progettato mRNA sintetico per codificarne una forma solubile confezionando l’mRNA in nanoparticelle lipidiche e infine l’hanno consegnato alle cellule del fegato per mezzo di una flebo. Due ore dopo l’enzima già si trovava nel flusso sanguigno delle cavie (topi) su cui si stava facendo l’esperimento e vi è rimasto per giorni. Ma non è tutto, perché gli scienziati hanno somministrato l’Lnp anche tramite inalazione, stimolando le cellule epiteliali nei polmoni a secernere hACE2 solubile.